IA nel percorso formativo: dalla nascita alla sua evoluzione

Cosa si nasconde dietro agli strumenti basati sull’IA? Un racconto sulla loro costruzione, l’equipe di lavoro che ne permette la realizzazione e le previsioni future sul loro utilizzo

Il nostro Paese ha conosciuto recentemente il termine “Intelligenza Artificiale” (IA), non perché appena nato, ma perché da poco integrato nell’utilizzo quotidiano di gran parte della popolazione. Questo è avvenuto anche per l’ambito formativo, seppur accompagnato da dubbi e scetticismi.

Develop Players nasce con l’intento di integrare l’IA nello sviluppo e nella formazione, rendendola fruibile tanto nell’ambito scolastico quanto in quello clinico. Con i suoi serious game rende possibile la ricerca dei disturbi del neurosviluppo, aiutando a profilare il bambino e dando a quest’ultimo la possibilità di potenziare le proprie competenze, il tutto attraverso una attività ludica come il videogioco.

Come si costruiscono queste tecnologie? E sono realmente affidabili? Lo abbiamo chiesto a Matteo Orsoni, Psicologo, Ricercatore in Machine Learning e sviluppatore del modello di IA alla base di alcuni serious game di Develop Players.


In precedenti articoli abbiamo più volte parlato di serious game. Come si progetta un programma di IA dedicato alla formazione e quali competenze richiede?

La costruzione e lo sviluppo di questi strumenti richiedono la collaborazione di diverse figure professionali. La prima è quella dello psicologo, necessaria a comprendere il funzionamento cognitivo dei bambini e i valori fondamentali rispetto allo sviluppo e l’apprendimento, che devono essere tenuti in considerazione durante la costruzione del gioco. Oltre ai clinici, dietro al serious game si nascondono anche figure più tecniche. Troviamo, quindi, il programmatore, che svilupperà il gioco, il data analyst esperto in trattamento di dati e intelligenza artificiale, che permetterà di estrapolare le informazioni al fine di migliorare lo strumento, e, infine, il game designer per lo sviluppo dello storytelling e l’informatico che lavorerà all’integrazione della web page e della web app. È fondamentale la multidisciplinarità: senza una delle figure descritte, il gioco perderebbe il suo valore e la sua funzione finale.


Nell’ultimo periodo abbiamo conosciuto anche il meccanismo di “machine learning”, con il quale uno strumento si migliora autonomamente in base agli input trasmessi dall’utente. Possiamo quindi dire che l’IA stessa è parte del team di lavoro?

Esistono diversi programmi e, tra questi, contiamo anche quelli il cui miglioramento è indipendente e nasce dall’utente. Più che la sola Intelligenza artificiale, potremmo dire che la user experience diventa parte dell’equipe: nel momento in cui molte persone utilizzano lo strumento, l’IA alla base di quest’ultimo riuscirà a personalizzarlo, permettendo di migliorarne l’uso.


Questo ci conduce a un tema attualmente molto dibattuto: l’etica e la protezione dei propri dati. Quali sono i principali “dilemmi” che dovete affrontare nella creazione di strumenti di IA?

Il tema è oggi di primario interesse vista la proliferazione di IA basate sul linguaggio naturale e con le quali l’utente può scambiare interazioni. Sorgono molto dubbi: quanto sono accurate le informazioni restituite da queste tecnologie? Che cosa possono spingersi a dire e come dovrebbero parlare di tematiche sensibili? Per non parlare della questione inerente alla privacy e allo scambio dei dati. Gli utenti si interrogano su come vengono utilizzate le proprie informazioni, in particolar modo nel settore dell’apprendimento dove i fruitori sono minorenni e in cui terze persone (come clinici e professori) possono ricevere una risposta dal software proprio incentrata sui loro dati. Su questi dilemmi si sta interrogando l’Unione Europea, che da anni lavora proprio sulla protezione e il trattamento dei dati per tutelare i suoi cittadini.


Hai parlato di accuratezza della risposta: come si valuta l’efficacia di questi strumenti?

Esistono due processi di indagine che possono dimostrarci l’efficienza dei processi costruiti. Il primo è quello restituito dalla statistica: esistono delle metriche di valutazione che permettono di capire quanto è accurato il sistema progettato o quanti errori compie. In un contesto delicato come quello dell’apprendimento, un’ulteriore e fondamentale valutazione viene poi data dall’esperto. Il clinico valuterà le risposte restituite dall’IA, ragionando sull’affidabilità del risultato ottenuto e su quanto questo rispecchi effettivamente la realtà individuale del soggetto. Noi possiamo sviluppare modelli molto accurati, ma in questo campo specifico è necessaria anche la supervisione data dall’esperienza medica.


È quindi banale chiederti se questo tipo di tecnologia avrà un’evoluzione nel prossimo futuro anche, soprattutto, nell’ambito della formazione?

Non si può tornare indietro: il mondo dell’Intelligenza artificiale continuerà a crescere. Per mio parere, la didattica nel prossimo futuro non sarà più generalizzata ma, integrando questi strumenti, permetterà di creare un percorso scolastico molto più personalizzato e rivolto all’individuo. La persona sarà al centro dell’apprendimento e, grazie a questi sistemi, riuscirà a evolvere le sue competenze e a potenziare i suoi punti di forza.


A proposito di futuro: il Libro Bianco sull’Intelligenza Artificiale, condiviso dalla Commissione Europea nel 2018, ha dichiarato l’implementazione dei fondi per lo sviluppo di IA come obiettivo da raggiungere entro il 2027. All’interno delle università sono cresciuti i corsi dedicati a questo?

Proprio nel 2018 portavo a conclusione il mio percorso di studi e ancora, in Italia, non si contavano numerose facoltà o corsi che offrissero una formazione in sviluppo di intelligenze artificiali. È soprattutto negli ultimi anni che si è visto un forte cambiamento anche nel nostro Paese: l’università di Bologna, ad esempio, ha istituito un corso magistrale specializzato in IA. Come questa, in diversi angoli della Penisola sono nati cicli di studio dedicati al data science. Ma, al contempo, nel panorama internazionale si è registrato un ulteriore progresso, che richiede all’Italia un’accelerazione per rimanere al passo con i nuovi standard di applicazione.


L’Italia e gli italiani sono pronti a questa evoluzione?

Credo che nel nostro Paese ci sia ancora una dose di scetticismo dovuta soprattutto alla mancanza di informazione, che spesso viene anche distorta rispetto a quella che è la realtà.  L’ambito è vasto e complesso: per una persona che non lo conosce, questo può generare curiosità, interesse ma anche molta preoccupazione. È quindi necessario comprendere bene cosa sia e quali potenzialità abbia. Se parlassimo maggiormente delle possibilità permesse da questi strumenti e se fosse chiaro come questi possano migliore la qualità di vita delle persone e i processi industriali per le aziende, probabilmente verrebbero accolti con maggiore serenità.

Che cosa significa Piano Didattico Personalizzato?

Un aiuto per gli studenti che si trovano ad affrontare difficoltà cognitive e/o emotive: in cosa consiste il PDP?

Il Piano Didattico Personalizzato (PDP) rappresenta un programma educativo predisposto per gli studenti che presentano Disturbi Specifici di Apprendimento (DSA) o che rientrano all’interno della categoria dei Bisogni Educativi Speciali (BES).

Il piano vuole essere un ausilio per coloro che nutrono difficoltà, così da agevolarli nel proprio percorso scolastico grazie a strategie di compensazione e dispensazione nei deficit cognitivi e/o disagi emotivi che presentano.

Il PDP non richiede necessariamente una diagnosi per essere stilato. Se questa è però presente, gli insegnanti sono tenuti – secondo normativa – ad attivarsi immediatamente per la creazione del documento che definisca il piano.


Il PDP dopo la diagnosi di DSA

Dopo aver ricevuto una valutazione clinica – e una conseguente conferma del disturbo – il genitore è tenuto a riportare la diagnosi alla scuola e agli insegnanti. Al primo consiglio di classe disponibile, questi ultimi stileranno il PDP all’interno di uno specifico documento. Questo rappresenta un atto ufficiale tra due parti, come un contratto: necessita, infatti, della firma dei docenti e dei genitori. Proprio la famiglia, prima di accettare e apportare il proprio consenso, potrà revisionare il documento e chiedere il consulto di specialisti per ascoltarne i pareri.


Cosa accade nei casi di non-diagnosi?

Nelle situazioni in cui non fosse diagnosticato alcun disturbo a fronte di studenti che presentano difficoltà, non risulta obbligatoria la creazione di un Piano Didattico Personalizzato. È però auspicabile e preferibile che, avendo registrato degli impedimenti nel bambino, la scuola si attivi nella stesura di strategie che possano aiutare e stimolare lo studente. Inoltre, potrebbe essere lo stesso clinico, dopo aver escluso la presenza dei disturbi, a consigliare alle famiglie un supporto scolastico per il proprio figlio.
Sebbene, quindi, la scelta sia in questo caso informale e non regolata per legge, qualora venisse scelto di costruire un PDP non ci sarà alcuna differenza con quanto descritto in precedenza. Il piano rappresenterà un contratto scuola-famiglia e verrà controfirmato da entrambe le parti.


Che cosa prevede il Piano Didattico Personalizzato?

Il PDP è una somma di misure strutturate e stilate secondo una normativa. Ma non solo: questo sarà aperto a qualsiasi tipo di revisione e modifica indicata dai docenti che lo creeranno in base alla propria esperienza e alle necessità degli alunni coinvolti. Generalmente, questo comprende strategie di lavoro integrate per ogni materia. Tra i classici esempi troviamo: la riduzione dei compiti a casa o delle attività da svolgere a scuola, una programmazione anticipata delle interrogazioni o delle prove che gli studenti dovranno sostenere e la possibilità di utilizzare ausili di vario genere (mappe concettuali, formulari, calcolatrici, ecc.).
Nel caso di diagnosi, il PDP prevedrà, inoltre, una programmazione dedicata al disturbo specifico e includerà i consigli forniti dal clinico sugli strumenti da utilizzare.


Qual è l’impegno richiesto ai docenti?

Il primo e più grande sforzo richiesto ai docenti è quello della costruzione di un piano che sia adatto allo studente di riferimento. Questo impegno accresce nelle situazioni in cui non è presente una diagnosi. In tal caso, infatti, all’insegnante è richiesto un maggiore interesse nel comprendere le difficoltà del bambino per riuscire a scegliere il tipo di percorso educativo da affiancargli.

Inoltre, gli educatori sono chiamati a lavorare non solo nella dispensazione e nella compensazione dei deficit presentati dallo studente, ma anche nell’inclusione dello stesso all’interno della classe. Oltre a progettare il piano didattico, il vero impegno del docente è quello di riuscire a evitare discriminazioni nel gruppo dei pari. È frequente che gli ausili previsti vengano vissuti dagli studenti autonomi come uno strumento di privilegio. Questo potrebbe far nascere malumori e discriminazioni all’interno del gruppo. Gli insegnanti devono dunque sensibilizzare l’intera classe alla diversità e progettare interventi e strategie di didattica alternative che vedano coinvolti tutti gli studenti.

Infine, devono riuscire a sostenere i protagonisti del PDP. Coloro che presentano difficoltà, infatti, potrebbero sentirsi diversi dai propri compagni e, per questo, rifiutarsi di usare gli strumenti per loro scelti.


Come viene valutata l’efficacia del Piano Didattico Personalizzato?

Ad oggi, non esistono degli strumenti capaci di valutare la produttività di un Piano Didattico Personalizzato. Proprio per questo, clinici e ricercatori stanno lavorando per far sì che i docenti vengano affiancati nel loro lavoro da griglie di osservazione, così da comprendere se le scelte proposte siano realmente utili ed efficaci. Con Develop Players ci siamo impegnati proprio nella risoluzione di questo problema: i nostri esperti hanno pubblicato un questionario utile alla valutazione, oltre che costruito “Proffilo”, il serious game già utilizzabile da docenti e studenti.

L’importanza della comunicazione scuola-famiglia a fronte di una diagnosi di DSA

scuola-famiglia

La responsabilità tra le parti e l’importanza di far nascere un confronto costante: con Sara Magri parliamo della necessità di implementare la comunicazione scuola-famiglia a fronte di disturbi specifici di apprendimento

L’individuazione di disturbi come quelli di apprendimento vede la necessità di collaborazione tra più soggetti per far sì che lo studente possa vivere serenamente l’accettazione della diagnosi. Una corretta comunicazione tra clinico e famiglia è fondamentale. Ma lo è anche il rapporto che nasce nell’ambito scuola-famiglia: questi sono, infatti, i due ambienti in cui il bambino o il ragazzo si troverà quotidianamente a vivere.

Per riuscire a comprendere quanto tale rete di comunicazione rappresenti un elemento chiave per aiutare   chi ha un DSA, abbiamo intervistato Sara Magri, ex ricercatrice nell’ambito degli interventi per bambini e ragazzi con difficoltà di apprendimento e disordini neuro-evolutivi presso il servizio SPEV e responsabile di corsi di formazione per professionisti, educatori, insegnanti in materia di disturbi dell’apprendimento per Develop Players.


Quanto pesa la comunicazione scuola-famiglia e quali sono le responsabilità dei due soggetti nell’intercettazione e valutazione di un DSA?

L’efficacia della comunicazione è sempre fondamentale ma, nel caso della presenza di un disturbo di apprendimento nel bambino o ragazzo, lo è maggiormente. Per prima cosa, questa è fondamentale nel processo di riconoscimento del disturbo, dove occorre che entrambi gli attori si attivino e collaborino nel riconoscere i segni precoci del disturbo e si attivino per approfondirne le caratteristiche.

In questo senso, possono essere i genitori che per primi decidono di consultare l’insegnante per avere delle conferme sulle difficoltà del figlio e, di conseguenza, sulla necessità di fare una valutazione clinica. Oppure spesso avviene che siano i docenti che, notando degli impedimenti nel percorso scolastico dello studente, decidano di consigliare alle famiglie di fare degli accertamenti.

Sebbene il monitoraggio del bambino sia responsabilità di entrambi, è sempre il genitore a scegliere se e come muoversi (in centri privati o in strutture sanitarie territoriali) per ottenere una valutazione. Dopo questo primo passo, la collaborazione deve avvenire anche in quelli successivi, ovvero la pianificazione di un percorso didattico personalizzato e il monitoraggio degli apprendimenti.


Cosa avviene dopo la valutazione diagnostica?

Dopo aver effettuato una visita e constatato il disturbo, la relazione stilata dai clinici deve essere consegnata alla scuola. Nella maggior parte dei casi, i due soggetti citati non comunicano direttamente tra loro, per questo il genitore si fa mediatore tra le parti: raccoglie la valutazione clinica e la rilascia all’istituto scolastico che, durante il primo consiglio di classe disponibile, si attiverà per mettere in pratica tutte le misure dispensative e compensative necessarie allo studente, creando per lui un piano didattico personalizzato (PDP).

Il PDP rappresenterà il documento scritto scuola-famiglia-studente che vedrà i docenti responsabili dell’attivazione delle misure compensative e dispensative necessarie all’alunno con DSA e ai genitori nel lavoro di responsabilizzazione verso gli obiettivi che il proprio figlio dovrà perseguire.


Nel PDP non è prevista, invece, la collaborazione della famiglia?

Sebbene il genitore non sia obbligato ad attivarsi nei percorsi specifici scelti per il proprio figlio, è sempre consigliabile che gli insegnanti gli suggeriscano delle strategie da applicare in ambito domestico. In aggiunta a questo, sarebbe poi auspicabile programmare degli incontri allargati tra scuola e famiglia per condividere quanto fatto in classe con l’alunno. Entrambe le parti, infatti, sono soggetti fondamentali per la vita del bambino, per questo la loro costante collaborazione è un buon punto di partenza per aiutare al meglio il soggetto con DSA.


Qualora si presentassero delle barriere linguistiche o culturali si potrebbe ostacolare questa comunicazione?

Come abbiamo visto in un precedente articolo, un bambino che presenta un’interferenza linguistica molto importante viene inserito in quelli che si definiscono bisogni educativi speciali o BES e, prima di effettuare una valutazione per la presenza di DSA, deve essere esposto alla lingua per almeno tre anni. È comunque possibile che se il bambino abbia difficoltà linguistiche, queste siano presenti anche all’interno della famiglia. Il che non rappresenta un problema: in tal caso, si richiede l’ausilio di mediatori culturali attraverso l’asl per far in modo che si possa realizzare la comunicazione tra l’ambito domestico e quello scolastico.


Perché la comunicazione scuola-famiglia è sempre fondamentale.

Nel caso in cui tale rapporto esista e funzioni, si incorrerà in numerosi benefici soprattutto per il bambino. La costruzione di un dialogo e la regolarità degli incontri può abbassare le ansie e i risentimenti che spesso si creano in assenza di una collaborazione. Ciò darà modo al bambino di lavorare al meglio sul suo apprendimento: si è constatato infatti che le emozioni negative che lo circondano possono avere delle conseguenze sul suo percorso.


Dalla tua esperienza diretta puoi confermare una reale esistenza di questa rete tra scuola e famiglia? Ed è cambiata nel corso del tempo?

Indubbiamente è migliorata negli anni grazie anche alla maggiore conoscenza e consapevolezza riguardo alle caratteristiche dei disturbi di apprendimento. Nonostante ciò, c’è ancora molto da lavorare. Spesso le due parti si trovano ad affrontare delle incomprensioni derivanti dal carico di impegni che entrambe presentano. Sia scuola che famiglia soffrono di una mancanza di tempo e di “spazio mentale” per dedicarsi alla cura del loro rapporto. Questa difficoltà, inoltre, si accentua con l’avanzare dell’età dello studente: rispetto all’età adolescenziale è sicuramente necessario migliorare la rete di comunicazione in modo ancor più significativo.


Questa può essere migliorata attraverso un mediatore che aiuti nell’instaurazione del rapporto o questo deve obbligatoriamente nascere da una delle due parti?

Il clinico è una delle figure più importanti: è lui che valuta e diagnostica il disturbo, è quindi possibile che si presenti la necessità di intervenire in un dialogo con la scuola. Questo può essere un punto di inizio per mettere in contatto tra loro i due soggetti. Nell’implementazione del rapporto possono intervenire anche delle figure interne alla scuola. Ogni istituto, infatti, ha un referente per i DSA informato su tutti gli aspetti dei disturbi e che si fa garante dei diritti del ragazzo. È quest’ultimo che si occupa della comunicazione tra docenti e famiglia nel caso che il rapporto non nasca spontaneamente.

DSA: la paura della diagnosi può essere superata?

Paura diagnosi

Superare il timore di ciò che comporta una diagnosi di DSA è possibile, ma non basta rassicurare bambini e genitori che vivono il disturbo. Occorre un lavoro costante di sensibilizzazione dell’intera società.

L’ignoto spaventa: la presenza di difficoltà delle quali non si conoscono le cause e le conseguenze può alimentare timori e dubbi. Avere una diagnosi, però, non sempre porta sollievo, ma può alimentare o far nascere nuove paure o insicurezze. È il caso, ad esempio, dei Disturbi Specifici di Apprendimento (DSA). Ancora oggi l’attenzione intorno al tema dei DSA è principalmente circoscritto a coloro che ne sono interessati in prima persona.

Ma l’informazione e la consapevolezza dell’intera società sono fondamentali proprio per combattere i timori che si sviluppano intorno al disturbo, in particolare per chi lo vive quotidianamente. Ne abbiamo parlato con Sara Giovagnoli, Psicologa, Professoressa Associata in psicometria presso il Dipartimento di Psicologia dell’Università degli Studi di Bologna e membro del Servizio clinico SPEV.


Quali sono le principali paure che un bambino e/o adolescente può provare a fronte di una diagnosi di DSA?

Le principali preoccupazioni sono legate alle reazioni e relazioni sociali. Una delle prime paure, sia negli adolescenti che nei bambini, è la non accettazione. Generalmente tendono a pensare che il proprio gruppo di pari possa vederli come diversi e, di conseguenza, credono di incorrere in stigmatizzazioni e incomprensioni che possano portarli ad essere isolati. Questo è dovuto a tanti fattori, uno tra questi è la necessità di utilizzare strumenti specifici per lo studio. Il timore del bambino o ragazzo con DSA a fronte dell’uso di ausili è quello di essere percepito come in una condizione di inferiorità o, al contrario, di privilegio.

Oltre a questa, un’altra paura è invece intrinseca e soggettiva: il timore del fallimento o peggio, la paura di avere problematiche che riguardano il funzionamento intellettivo. Le paure relative alle proprie capacità e competenze possono portare il ragazzo che le vive a mettere in discussione ciò che sarà in grado di fare in futuro e, di conseguenza, possono influire negativamente sulle scelte da operare in ambito scolastico e lavorativo.

Questi timori e credenze errate possono essere calmierate dai famigliari o, al contrario, alimentate all’interno dell’ambiente domestico. Il genitore può trasmettere al figlio le proprie ansie, contribuendo ad accrescere le sue preoccupazioni.


A proposito di ciò: quali sono i timori provati dal genitore?

Rispetto ai propri figli le paure del genitore, spesso dovute principalmente alla scarsa conoscenza del disturbo, sono generalmente trasversali. Queste possono riguardare sia aspetti socio-relazionali ed emozionali sia aspetti pratici.

Il genitore, davanti ad una diagnosi di DSA, si preoccupa principalmente delle conseguenze della diagnosi sul piano socio-relazionale ed emotivo del proprio figlio. Come vivrà mio figlio la diagnosi? Cosa penserà di sé stesso e delle proprie capacità? Sarà in grado di accettare gli strumenti e gli ausili compensativi?
Queste sono alcune delle domande che tipicamente un genitore si pone (e pone al clinico) circa la reazione del proprio figlio alla diagnosi.

Oltre a queste preoccupazioni, la famiglia si troverà a scontrarsi anche con i timori riguardanti l’ambiente sociale e scolastico nel quale il bambino/ragazzo è inserito. Il genitore teme che il proprio figlio possa venire etichettato, emarginato e che possa incorrere in atti di bullismo da parte del gruppo di pari. O ancora, si chiede se gli insegnanti saranno in grado di aiutarlo e supportarlo in modo efficace e se saranno in grado di gestire le possibili reazioni dei compagni alla comunicazione della diagnosi.

Alcune paure e dubbi riguardano l’aspetto legale-normativo. Alcuni genitori temono che la presenza di una diagnosi di DSA possa influire o ostacolare (da un punto di vista legale) le scelte lavorative future del proprio figlio. “Se in futuro mio figlio volesse fare un concorso avrebbe dei vincoli specifici in funzione della diagnosi?”. E ancora, “In futuro, mio figlio sarà sempre costretto a dichiarare di avere un Disturbo Specifico di Apprendimento? Per esempio ad un colloquio di lavoro?”. Ovviamente la risposta è no.

La diagnosi di DSA non ostacola in alcun modo l’eventuale accesso a concorsi pubblici e il ragazzo, in futuro, non sarà costretto a dichiarare la presenza di DSA. Al contrario, la certificazione del disturbo, potrebbe agevolare i processi di selezione/accesso tramite concorso o esame. Il ragazzo potrà infatti, se lo vorrà, usufruire degli strumenti compensativi/dispensativi o l’adattamento della prova secondo la normativa vigente. In altre parole, la diagnosi non è vincolante ma, al contrario, tutela i diritti della persona.

La paura più classica è infine quella che riguarda sé stessi. I genitori si chiedono se saranno in grado di sostenere, aiutare e supportare il proprio figlio durante il suo percorso scolastico e di vita. Si preoccupano di non essere in grado di rispondere a tutte le domande del figlio e risolvere i suoi dubbi o di evitare che le proprie paure contribuiscano ad aumentare quelle del figlio.


I clinici e gli educatori che ruolo hanno nell’accettazione di tali paure?

Il loro ruolo è fondamentale sia per il genitore sia per il bambino. Le parole d’ordine sono due: conoscenza e condivisione. Promuovere iniziative e dialoghi in cui poter parlare del disturbo è fondamentale. Sapere che cosa significa avere un DSA, che cosa comporta, quali strumenti poter utilizzare e su quali aspetti non doversi preoccupare è il primo fattore per combattere i timori di chi vive quotidianamente il disturbo.
Dal punto di vista degli educatori sarebbe ottimo promuovere delle iniziative che possano sensibilizzare al tema delle diversità, delle caratteristiche che rendono diverso ogni bambino dall’altro e come queste differenze, che si configurano come fragilità e punti di forza, rendano ogni bambino unico. Lo sforzo deve essere quello di sottolineare che il termine “diversità” non abbia un’accezione negativa ma, al contrario, si configuri come una risorsa.


In base alla sua esperienza, ha potuto constatare che i timori vengano effettivamente superati?

Nella maggior parte dei casi si può notare come le paure vengano più facilmente valicate nel momento in cui l’individuo entra in contatto con realtà inclusive, che comprendano e conoscano le difficoltà a cui va incontro un ragazzo con DSA. Far parte, per esempio, di associazioni può aiutare soprattutto i genitori ad agire in modo propositivo.

Negli studenti il superamento delle preoccupazioni dipende molto dall’ambiente scolastico e famigliare.

L’utilizzo degli strumenti compensativi inseriti a fronte della diagnosi e della stesura del Piano Didattico Personalizzato (PDP), permette allo studente di raggiungere traguardi scolastici a cui difficilmente avrebbero potuto accedere in precedenza. In questi casi la diagnosi contribuisce ad alimentare il senso di autoefficacia e la motivazione dello studente che, finalmente, riesce a sentirsi capace di apprendere e di superare le sfide scolastiche.

In alcuni casi, la percezione di diversità e incompetenza può durare a lungo, soprattutto quando la diagnosi arriva tardivamente. Se, da un lato, questa può rappresentare un sollievo per i ragazzi che hanno vissuto a lungo nell’incertezza, dall’altro può risultare più difficile per il ragazzo accettare e condividere il proprio disturbo con gli altri, soprattutto con i coetanei. In questi casi, potrebbe essere necessario un supporto emotivo e psicologico per aiutare i ragazzi a gestire i propri sentimenti e ad affrontare la situazione con maggiore serenità e consapevolezza.


Quanto detto dimostra che il lavoro di sensibilizzazione alla tematica debba riguardare l’intera società.

Programmi di educazione e sensibilizzazione sono fondamentali, sia all’interno delle classi, sia a livello sociale. Negli ultimi decenni si trovano molte più informazioni e articoli scientifici che trattano il tema. Il problema è che, solitamente, questi vengono letti e consultati soltanto da chi presenta il disturbo o lo vive quotidianamente. Dovremmo invece trovare delle modalità per sensibilizzare la società al tema delle differenze individuali, facendo in esse rientrare anche le differenze derivanti dalla presenza di disturbi del neurosviluppo.

All’interno delle scuole il tema dovrebbe essere trattato a prescindere della presenza di bambini che presentano disturbi specifici di apprendimento. Se questo accadesse fin dalla scuola dell’Infanzia, non ci sarebbe necessità di “correre ai ripari” successivamente nelle situazioni di disagio o di marginalizzazione che vengono vissute durante il percorso scolastico.

Tutto questo non solo potrebbe contribuire a far conoscere alla società in generale che cosa sia il disturbo specifico di apprendimento, ma aiuterebbe chi lo presenta ad accettarlo più facilmente e permetterebbe di riconoscere i segnali della sua presenza precocemente e di accertarla tramite valutazione clinica senza alcun timore di stigmatizzazione.


Quale consiglio darebbe ai genitori che da poco si sono trovati ad affrontare una diagnosi di DSA?

Per prima cosa è necessario ricordare ai genitori che i professionisti che hanno effettuato la valutazione e relativa relazione diagnostica sono sempre a disposizione per tutte le domande o i dubbi rimasti in sospeso. I genitori si possono rivolgere a loro in qualsiasi momento e potranno chiedere aiuto anche per la gestione dei rapporti con le scuole.

Un altro consiglio è quello di entrare in contatto con le associazioni del territorio – come, ad esempio, l’Associazione Italiana Dislessia – che offrono la possibilità di confrontarsi con genitori e familiari, studenti e studentesse con DSA, insegnanti e professionisti del settore i quali possono offrire un valido supporto sia sul piano pratico che emozionale. Per necessità specifiche, consiglio di evitare di affidarsi ad informazioni standardizzate reperibili in rete, ma piuttosto di rivolgersi a centri riconosciuti a livello internazionale e nazionale o a istituzioni e aziende come Develop Players composte da professionisti che da anni lavorano sul tema dei disturbi specifici di apprendimento e che possono quindi supportare le famiglie sul piano pratico ed emozionale.

Perché ogni DSA è diverso? L’importanza della valutazione del profilo di funzionamento cognitivo ed emozionale

DSA

I DSA non rappresentano una categoria di disturbi per i quali è prevedibile un percorso di intervento univoco.
È importante che per ogni bambino venga pianificato un percorso individualizzato che permetta la valorizzazione delle sue potenzialità.

Da sempre noi di Develop Players ricordiamo quanto sia importante considerare ogni bambino con Disturbo Specifico di Apprendimento (DSA) come un individuo avente caratteristiche di funzionamento cognitivo ed emozionale uniche, un individuo che presenta difficoltà di apprendimento ma associa ad esse punti di forza e di debolezza specifici.

Per questo è fondamentale la creazione di un percorso di potenziamento e intervento personalizzato che permetta la valorizzazione delle potenzialità del bambino e il rafforzamento e la compensazione delle abilità compromesse al fine di favorire la sua piena realizzazione. Di questo abbiamo parlato con Sara Giovagnoli, Psicologa, Professoressa Associata in psicometria presso il Dipartimento di Psicologia dell’Università degli Studi di Bologna e membro del Servizio clinico SPEV.


Dottoressa Giovagnoli, perché è importante riconoscere la diversità tra individui che presentano DSA?

La diversità nei Disturbi Specifici di Apprendimento riguarda più aspetti, primo tra tutti le aree di apprendimento che possono essere compromesse. Generalmente le difficoltà specifiche riguardano tre principali aree: la scrittura, la lettura e il calcolo. Non necessariamente un bambino con diagnosi di DSA vede compromessa la sua abilità in tutte e tre le aree: possono essere, infatti, presenti difficoltà che riguardano solo una delle tre oppure si può avere la compresenza di difficoltà relative a più abilità-apprendimento.

Inoltre, a parità di diagnosi, si potranno presentare anche delle differenze relativamente alla severità del disturbo. Ad esempio, se due bambini presentano diagnosi di Dislessia, non è detto che la severità della compromissione dell’abilità di lettura sia la medesima per entrambi. Naturalmente le ricadute sulla prestazione saranno differenti.

Oltre alla severità della compromissione relativa all’abilità-apprendimento deficitaria, risulta di particolare importanza la valutazione della abilità cognitive trasversali all’apprendimento, ovvero le abilità di attenzione, memoria, le funzioni esecutive e le abilità logico-matematiche. Anche in questo caso, a parità di diagnosi, la compromissione o la corretta funzionalità delle abilità trasversali determineranno un profilo di funzionamento differente, con un impatto diverso sul bambino e sulla sua prestazione.

In ultimo, è importante considerare la possibile presenza di comorbidità con altri disturbi del neurosviluppo o con la presenza di sintomatologia emozionale: dobbiamo ricordarci che molti bambini con DSA possono presentare sintomatologia ansiosa, somatoforme, depressiva o problematiche legate all’autostima o al senso di autoefficacia.

È quindi necessario chiarire che ogni bambino deve essere considerato un individuo a sé stante, che presenta difficoltà specifiche, punti di forza e di debolezza e il profilo di funzionamento ed emozionale avrà un impatto differente sulla sua quotidianità e sul suo benessere. Pertanto, risulta fondamentale prevedere una valutazione approfondita che permetta la pianificazione di un percorso di potenziamento e di intervento individualizzato ed efficace.


Quali sono le difficoltà nella quale incorrono più frequentemente i clinici nel creare un percorso personalizzato?

La creazione di un percorso personalizzato deve tenere conto, come già detto, delle risorse e delle fragilità del bambino sia da un punto di vista cognitivo che emozionale. Una valutazione attenta ed approfondita funzionerà da base per decidere cosa proporre, quali metodi e strumenti possono essere adatti all’individuo che abbiamo di fronte. Oltre alla valutazione del soggetto, tuttavia, sarà importante valutare anche il suo ambiente di vita, ovvero quali risorse possono derivare dalla famiglia, dalla scuola e degli ambienti significativi in cui il bambino è inserito. L’individuazione di un percorso individualizzato ed efficacie può, pertanto, richiedere del tempo.

Una volta che progetto di intervento è stilato, sarà necessario sottoporre a verifica l’efficacia di quanto proposto. Pertanto è importante prevedere periodiche valutazioni del percorso e degli strumenti scelti, per assicurarsi che questi siano adatti e vantaggiosi, producano miglioramenti effettivi e non risultino essere un ulteriore ostacolo per il bambino. Qualora l’intervento non produca effettivi miglioramenti o vantaggi per il bambino, il clinico dovrà essere disposto a modificare ed adattare il progetto d’intervento.


Dopo aver definito il profilo del bambino questo viene condiviso con i docenti.

Una volta stilata la relazione diagnostica, questa viene condivisa con gli insegnanti per far sì che possano creare un piano didattico personalizzato. Saranno i genitori, una volta convalidata la diagnosi, a portare agli insegnanti la relazione diagnostica che dovrebbe contenere anche suggerimenti di strategie e strumenti compensativi e dispensativi per l’adattamento della didattica. Il clinico che ha valutato il bambino sarà disponibile al confronto con gli insegnanti, a rispondere a eventuali dubbi, richieste di chiarimenti e a suggerire gli strumenti e le strategie migliori da mettere in atto per il bambino.


Ci può fare alcuni esempi di che cosa significa strategia personalizzata?

Potremmo farne di numerosi, proprio per via delle grandi diversità che i bambini presentano. Per far capire in maniera generica cosa s’intende potremmo considerare la comorbidità tra DSA e disturbi attentivi. In questi casi la parcellizzazione delle attività proposte e l’utilizzo di strumenti che riescano a mantenere attiva l’attenzione dello studente, come ad esempio l’impiego di potenziamenti cognitivi basati su applied game, potrebbero risultare particolarmente efficaci.

In presenza di una forte componente ansiosa, tale da creare significative interferenze con le attività svolte dal bambino, sarebbe auspicabile condividere con lui il programma delle attività che verranno svolte nei giorni successivi (specificandone tempistiche e modalità). L’anticipazione riduce l’ansia e permette al bambino di prepararsi in modo adeguato ad accogliere la giornata scolastica o l’incontro di potenziamento.  


È possibile applicare un piano didattico personalizzato senza che gli studenti interessati si sentano racchiusi in una categoria diversa e separata dal gruppo dei pari?

Il rischio che ci sia una sorta di stigmatizzazione è sempre presente: per questo i docenti potrebbero decidere di estendere l’utilizzo di alcuni strumenti o attività di potenziamento proposte all’intera classe. Dove gli ausili sono utilizzabili e utili ai soli studenti con DSA, sarà invece necessario lavorare sulla conoscenza e la consapevolezza degli studenti. La classe deve capire che cosa significa avere un Disturbo Specifico dell’Apprendimento e conoscere i diritti dei bambini che presentano questa diagnosi. In questo senso è importante sottolineare e far comprendere che l’uso di strumenti specifici non è un privilegio, ma un diritto, così come è importante far comprendere cosa si intende per strumento compensativo.
Uno degli esempi maggiormente utilizzati è quello degli occhiali da vista: chi non vede bene utilizza gli occhiali da vista che altro non sono che uno strumento compensativo. I bambini non ne possono fare a meno ma il suo utilizzo non gli dà alcun privilegio, al contrario, permette loro di avere gli stessi “strumenti” dei compagni che non necessitano di occhiali da vista e di agevolarli nella piena espressione delle proprie potenzialità. Lo stesso vale per l’utilizzo di strumenti compensativi specifici per coloro che hanno un DSA.

Infine, ma non meno importante, è il valore del dialogo e del confronto sul tema delle differenze. È necessario ricordare agli studenti che ogni persona è differente, ha le proprie caratteristiche, i propri punti di forza e di debolezza, al di là della presenza o meno di una diagnosi.

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Come è possibile imparare ad accettare e accogliere le diversità tra le mura scolastiche?
Ne parliamo con Sara Magri

“Inclusività” significa saper riconoscere e accogliere le diversità presenti in ogni persona. Una Direttiva Ministeriale del 27 dicembre 2012 ha introdotto il riconoscimento, all’interno delle scuole, di Bisogni Educativi Speciali. Un passo avanti concreto per aiutare tutti coloro che, durante il proprio percorso scolastico, affrontano ostacoli di natura sia clinica che emotiva.

Oltre al lavoro delle istituzioni, però, è fondamentale anche quello all’interno della classe, dove studenti e docenti collaborano per creare un’atmosfera di serenità e accoglienza.

Proprio su come creare un ambiente sereno e quindi inclusivo abbiamo discusso con Sara Magri ex ricercatrice nell’ambito degli interventi per bambini e ragazzi con difficoltà di apprendimento e disordini neuro-evolutivi presso il servizio SPEV ed è responsabile di corsi di formazione per professionisti, educatori, insegnanti in materia di disturbi dell’apprendimento per Develop Players.


Il riconoscimento normativo dei BES è stato fondamentale per la vita di molti studenti. Lo è stato altrettanto per l’incremento e lo sviluppo dell’inclusività all’interno delle aule scolastiche?

L’istituzionalizzazione dei Bisogni Educativi Speciali ha rappresentato un vero progresso della normale didattica quotidiana. Troppo spesso, infatti, si sceglie di “isolare” il percorso scolastico di chi presenta delle difficoltà portandolo, ad esempio, in un’aula differente. Dovremmo invece ricordare che ogni bambino sviluppa un profilo differente nelle proprie competenze. Esistono punti di forza e di debolezza e i BES ci ricordano che questi possono essere calibrati attraverso strategie didattiche personalizzate e inclusive.


Riguardo alle strategie, quali possono essere quelle più ottimali per la realizzazione di inclusività scolastica?

Le strategie più funzionali sembrano essere quelle che prevedono azioni di peer education, ovvero la creazione di un gruppo di lavoro in cui i bambini possano collaborare. Si è infatti visto che, all’interno di gruppo eterogenei, i bambini che presentano difficoltà riescono ad apprendere meglio attraverso l’esperienza con i propri pari. Dall’altro lato, invece, i bambini più competenti, attraverso la cooperazione, riescono a consolidare le proprie abilità. È quindi necessario uscire dal concetto di “didattica passiva” e rendere gli studenti protagonisti nei propri lavori. Questo aumenterà in loro la motivazione e accrescerà l’efficacia dell’apprendimento.


Le nuove tecnologie rientrano tra queste strategie?

Il digitale potrebbe essere utile nel momento in cui riesce a creare rete tra i bambini a patto che venga sfruttato in modo simultaneo dai bambini, con strumenti che permettano di giocare insieme. Inoltre, proprio l’idea di gioco aiuta a stimolare l’interesse e la motivazione al lavoro e per questo è sempre molto consigliata.


Si è parlato molto di collaborazione tra studenti: all’interno di una classe, qual è il numero consigliato di alunni per agevolare questo tipo di lavoro?

Le normative non indicano un numero specifico. Non è possibile definirlo in quanto ogni situazione varia in base al profilo e alle caratteristiche di ogni bambino. Generalmente, il gruppo troppo numeroso può risultare meno efficace. Le classi over 22 hanno delle problematiche più elevate rispetto ai gruppi più piccoli sotto i 20 alunni. Quindi, seppur non specificato, è consigliabile una classe numericamente modesta o, nel caso di un gruppo numeroso, la strategia migliore è quella di creare più gruppo eterogenei di lavoro.


Quanto è fondamentale nell’inclusività scolastica la figura del docente?

Il suo ruolo è di primaria importanza nel far comprende agli alunni che ogni persona presenta tratti di debolezza e che questi non rappresentino un problema, piuttosto una caratteristica personale.  Prima di riuscire a creare inclusività in una classe, è necessario che l’insegnante in primis impari a gestire la diversità, vivendola in prima persona come qualcosa di quotidiano e non come una difficoltà. solamente una volta interiorizzato questo comportamento riuscirà a trasmetterlo ai suoi studenti in maniera naturale, portando alla luce le loro capacità di accettare e accogliere le differenze.

È fondamentale, infatti, che gli studenti abbiano una corretta percezione della diversità. Altrimenti può risultare molto più complicato accettare e comprendere il perché alcuni alunni vengano aiutati maggiormente perché appartenenti alla popolazione dei BES, portando il gruppo di pari ad escludere chi rientra in quella che può apparire come una “fascia protetta e agevolata”.


Oltre al ruolo centrale della scuola può essere necessario un appoggio esterno come quello delle istituzioni territoriali?

Le strutture presenti sul territorio sono un appoggio importante. Possono dare supporto alle famiglie nell’organizzare attività sia a supporto della didattica che attività ricreative e sportive che comunque migliorano il benessere e offrono ulteriori opportunità di crescita.
In generale, la pratica rende l’apprendimento più efficace: il “fare” rafforza l’aspetto mnemonico molto più del solo studio teorico. Questo avrà un impatto significativo per coloro che presentano delle difficoltà nell’apprendimento.

Bisogni Educativi Speciali: le difficoltà degli alunni non passano inosservate

Rientrare nella categoria dei BES non significa essere studenti di serie B.
Ma cosa rappresentano i Bisogni Educativi Speciali?

Il riconoscimento della categoria BES (Bisogni Educativi Speciali) è stato introdotto da una Direttiva Ministeriale del 27 dicembre 2012 per riconoscere il diritto di ricevere una didattica personalizzata per tutti gli studenti che presentano difficoltà nell’apprendimento.

I BES non rappresentano una categoria diagnostica, ma comprendono al loro interno tutti i bambini che necessitano di un’attenzione speciale da parte della scuola per la gestione della propria didattica.
Possiamo, infatti, riconoscere tre macrogruppi di studenti che necessitano di BES:

  • Disabilità motorie e cognitive: disabilità diagnosticate e certificate dal Sistema Sanitario Nazionale;
  • Disturbi evolutivi specifici: disturbi del neurosviluppo (come, ad esempio, DSA, ADHD, disturbi del linguaggio, ecc.) certificati dal Servizio Sanitario Nazionale o da specialisti privati;
  • Difficoltà legate a fattori esterni: bambini o ragazzi che, pur non avendo diagnosi specifiche, vivono una complessa condizione socioeconomica, culturale o linguistica (come, ad esempio, la non conoscenza della lingua).


L’importanza di una normativa

Il riconoscimento normativo dei Bisogni Educativi Speciali ha rappresentato un passo avanti per tutte quelle situazioni che erano rimaste prive di intervento all’interno delle aule scolastiche. In particolar modo, ha dato un riconoscimento ufficiale alla necessità e possibilità di intervento per periodi di vita che mettono a dura prova lo studente, intendendo difficoltà non clinicamente diagnosticate ma che imprimono un grande carico emotivo sullo studente come, ad esempio, un lutto, problemi familiari o periodi di fragilità emotiva.


Una condizione più o meno temporanea

La normativa di riferimento sottolinea che la categoria rappresenti “tutte quelle situazioni più o meno temporanee che necessitano strategie didattiche specifiche”.
Si parla di un periodo di diversa durata perché è necessario valutare la condizione dello studente: nel caso di una diagnosi certificata di disabilità o disturbi, il BES può rappresentare una condizione permanente dal primo anno di scuola elementare fino all’ultimo anno di scuola superiore. Al contrario, per coloro che vivono una temporanea condizione di instabilità, è possibile che la didattica personalizzata sia necessaria solo per un breve lasso di tempo.

Un esempio sono gli studenti stranieri che non conoscono la lingua del paese in cui studiano o bambini che vivono una complicata situazione familiare: è possibile che questa categoria di studenti necessitiun’attenzione speciale solo fino a quando non sarà superata la condizione di difficoltà. È quindi nella sensibilità del docente percepire il bisogno dell’alunno e intervenire quando necessario.


Un piano didattico personalizzato

La normativa italiana prevede che l’insegnante di sostegno affianchi soltanto coloro che presentano disabilità diagnosticate da clinici. Per tutti gli altri casi compresi nella categoria BES, saranno i docenti che compongono la classe a individuare il piano didattico più adatto.

Non esistono strumenti specifici messi a disposizione dei BES. Le strategie da applicare vengono scelte dagli insegnanti in base al profilo e alle caratteristiche dello studente. Possono quindi essere suggeriti strumenti tecnologici come il computer o il tablet da usare in classe per fare verifiche o per prendere appunti oppure solo una semplice riduzione del carico di studio nei momenti di difficoltà.


Alleggerimento delle condizioni emotive

Riconoscere lo studente con Bisogni Educati Speciali è fondamentale, soprattutto, per poter alleggerire quelle che sono le difficoltà sul piano emotivo. Grazie allo sviluppo di un approccio personalizzato per far emergere i punti di forza dell’alunno, quest’ultimo vivrà più serenamente l’ambito scolastico, ovviando anche al disinvestimento o all’abbandono del proprio percorso formativo.

Per l’integrazione dei casi di BES, è inoltre fondamentale il lavoro di inclusione che si realizza all’interno della classe: un ruolo fondamentale è ricoperto dal docente che ha il compito di scegliere un percorso di cooperazione e collaborazione degli strumenti che permetta il riconoscimento di tutte le diversità.

Dislessia: l’importanza della diagnosi e i dei percorsi di intervento

La Dottoressa Sara Magri ci parla dell’impatto che può avere una dislessia mai diagnosticata e quali siano gli strumenti compensativi per potenziare le difficoltà collegate al disturbo

In un precedente articolo abbiamo descritto che cosa s’intenda per “dislessia”: quali siano le cause e i sintomi che caratterizzano il disturbo, oltre che il percorso da seguire per ottenere una diagnosi certa.

Non essendo una malattia, la dislessia non prevede né una cura né una guarigione effettiva. Ciò che può essere fatto è, invece, stabilire un percorso di potenziamento delle capacità tramite opportuni strumenti di training cognitivo.

Ma quanto è fondamentale una diagnosi precoce e un intervento mirato sul disturbo?

Lo abbiamo chiesto a Sara Magri, assegnista di ricerca nell’ambito degli interventi per bambini e ragazzi con difficoltà di apprendimento e disordini neuro-evolutivi presso il servizio SPEV del Dipartimento di Psicologia dell’Università di Bologna e responsabile di corsi di formazione per professionisti, educatori, insegnanti in materia di disturbi dell’apprendimento per Develop Players.


Dottoressa Magri, prima di parlare di come poter intervenire sul disturbo è importante che questo venga diagnosticato: quando si incorre in difficoltà di lettura dopo il secondo anno di scuola primaria dovremmo sospettare sempre una dislessia o si può più semplice immaginare un ritardo nell’apprendimento?

Superati gli 8-10 anni di età una grave difficoltà nella lettura in termini di lentezza ed errori dovrebbe rappresentare un campanello di allarme per i genitori e/o insegnanti. In ogni caso, per essere certi della presenza di un disturbo come quello della dislessia evolutiva, il bambino dovrebbe essere sottoposto a specifici test che saranno in grado di confrontare i tempi di lettura e il numero di errori con quelli tipici per la sua fascia d’età. Per ogni età, infatti, esistono dei parametri specifici standardizzati e riconosciuti a livello nazionale.

Non si può certamente parlare di semplice “pigrizia nell’apprendimento” quando un bambino, dopo esser stato valutato dallo psicologo con un test di valutazione approfondito, non riesce a raggiungere il livello tipico di lettura, ovvero adeguato alla sua età.: In quel caso si tratta certamente di dislessia. Inoltre, sempre il clinico deve valutare se la difficoltà di lettura non derivi da altre condizioni interagenti come la presenza di fattori ambientali ed educativi (ad esempio, un ambiente familiare con alta deprivazione culturale, linguistica o educativa), la presenza di gravi deficit sensoriali e intellettivi o problemi severi nella sfera emotiva.


Al contrario, cosa accadrebbe qualora la dislessia non fosse diagnosticata? Si potrebbe incorrere nell’aggravarsi del disturbo?

Più che acuirsi, è più corretto dire che il disturbo specifico potrebbe evolvere in conseguenze negative anche su altri piani. Infatti, ciò che spesso succede quando il disturbo non viene riconosciuto è un aggravarsi dell’impatto dello stesso sul piano emotivo. Le ricerche in materia hanno confermato che nella popolazione con DSA sono frequenti disturbi psicologici quali ansia e/o depressione ma anche sintomi somatici e disturbi comportamentali. Il rischio di sviluppare questi squilibri potrebbe aumentare nel caso non sia possibile per il ragazzo riconoscere con la diagnosi l’origine delle proprie difficoltà.


È quindi fondamentale chiarire il prima possibile se sia presente o meno il disturbo.

La diagnosi è fondamentale non solo per aiutare il soggetto a intraprendere un percorso riabilitativo che possa migliorare le proprie abilità, ma anche per chiarire al ragazzo e alla sua famiglia che cosa significhi davvero avere la “dislessia”.

Ciò che molti non sanno è che chi presenta questo disturbo ha una capacità intellettiva nella norma. Mettere il bambino davanti a questa consapevolezza può cambiare il suo approccio verso le difficoltà che quotidianamente prova. Al contrario, nel caso di una “non diagnosi”, il bambino e/o adolescente potrebbe credere che i suoi deficit siano dovuti a una ridotta intelligenza e abilità. Ciò potrebbe portare ad un disinvestimento nel proprio percorso formativo o a un abbandono precoce della scuola. Così facendo, tutti coloro che abbandonano il percorso scolastico si precludono numerose possibilità di tipo formativo e di investimento verso il proprio futuro come persone adulte.

Questo fa capire quanto una diagnosi precoce – nell’età prestabilita secondo le indicazioni date – sia fondamentale per intervenire sulla qualità di vita del bambino.


Una volta diagnosticato il disturbo si interviene attraverso un percorso riabilitativo: di che cosa si tratta?

Il percorso riabilitativo consiste in una serie di esercizi che migliorino le possibilità di apprendimento. I percorsi riabilitativi possono essere diversi fra loro: alcuni si focalizzano sul disturbo facendo fare esercizi direttamente su esso, altri invece potenziano funzioni cognitive trasversali alla base di tutti gli apprendimenti, come l’attenzione, la memoria, il linguaggio, la percezione e possono essere anche proposti con materiali digitali. Inoltre, al percorso riabilitativo occorre affiancare strumenti compensativi e a strategie dispensative.

Le strategie dispensative sono necessarie per evitare di mettere il bambino in situazioni di stress particolarmente complesse da gestire. Queste riguardano in particolar modo la vita scolastica del bambino. Ad esempio, durante le lezioni in classe le maestre eviteranno di far leggere a voce alta o non verrà richiesto di memorizzare le formule o le poesie a memoria per evitare l‘imbarazzo del bambino.

Gli strumenti compensativi hanno, invece, la funzione di ridurre l’impatto del disturbo nella vita del bambino, come durante l’attività dello studio.  L’esempio classico è l’utilizzo di ausili quali mappe concettuali o formulari che possono accompagnare il soggetto durante le interrogazioni o i compiti in classe. Attraverso il canale visivo, infatti, si può ovviare alle difficoltà di memorizzazione. Un’alternativa è anche quella di utilizzare la sintesi vocale grazie al computer: dentro i libri di testo è sempre presente un file in grado di riprodurre gli elementi testuali così da non richiedere allo studente la lettura degli stessi.


I serious game possono rappresentare un eventuale trattamento riabilitativo?

Non tutti i serious game sono uguali. Quando i serious game sono finalizzati ad allenare le funzioni specifiche dell’apprendimento, allora sono un ottimo strumento da utilizzare per la riabilitazione nel caso di tutti i disturbi dell’apprendimento. Questa tipologia di gioco, che si differenzia dal normale videogioco, è pensata per allenare determinate capacità attraverso la richiesta di specifici compiti. Grazie al suo aspetto ludico, è anche in grado di accrescere l’interesse e la motivazione del bambino e del ragazzo, che sarà quindi maggiormente coinvolto.

Ricordiamoci infine che migliorare e potenziare le capacità di apprendimento è sempre possibile, anche per coloro che hanno un disturbo specifico di apprendimento diverso dalla dislessia.

Dislessia: cosa c’è alla base del più diffuso Disturbo di Apprendimento

Come identificare la presenza di dislessia: i sintomi e la diagnosi del disturbo

La dislessia rappresenta il più comune tra i Disturbi Specifici dell’Apprendimenti a livello globale, colpendo il 3-7% della popolazione mondiale. Si tratta di un deficit che interessa gli automatismi nei meccanismi di lettura, rendendoli lenti e difficoltosi, con la presenza di numerosi errori che frequentemente causano difficoltà di comprensione del testo.


Le cause e i sintomi

La dislessia rappresenta un disturbo neurobiologico presente fin dalla nascita, non si sviluppa quindi nel tempo attraverso cause ambientali e/o emotive.

Al contrario di quanto avviene nelle prime fasi di apprendimento di un bambino, chi presenta il disturbo ha difficoltà ad automatizzare la capacità di riconoscere un grafema – come, ad esempio, una lettera – e ad associarlo a un suono.

Tale difficoltà provoca nel bambino con dislessia lentezza e scorrettezza nella lettura associati a un grande affaticamento mentale durante il compito stesso. Le  difficoltà si estendono anche a livello cognitivo: quando si richiede al bambino di iniziare a studiare – quando, quindi, la lettura diventa un mezzo tramite il quale acquisire informazioni –, quest’ultimo si scontra con l’incapacità di ricordarsi e capire i contenuti letti. Concentrando, infatti, tutte le sue energie nella lettura del testo, il bambino conclude generalmente la lettura senza essersi focalizzato sul significato di ciò che ha letto.


La diagnosi

Durante le prime fasi di apprendimento, ogni individuo presenta dei tempi di sviluppo diversificati. In generale, è stato constatato che l’automatismo della lettura si raggiunge attorno  alla fine del secondo anno della scuola primaria: è in questo periodo che in genere si è in grado di leggere in maniera sufficientemente accurata.

Proprio per questo motivo, la normativa vigente rispetto ai DSA ha sottoscritto che, per poter dare una diagnosi certa di dislessia, occorra attendere la fine del secondo anno della scuola primaria. Laddovevengano notate nel bambino delle difficoltà importanti nel meccanismo di lettura, è necessario rivolgersi al ai servizi territoriali presenti sul territorio di residenza per richiedere una diagnosi. In base alle direttive regionali, l’Azienda Sanitaria Locale (ASL) interverrà per indirizzare la valutazione all’interno delle sue sedi o inviare verso strutture private convenzionate.

Prima di una valutazione diagnostica verrà però richiesto al genitore di escludere, attraverso visite specialistiche – come visite oculistiche, audiometriche o valutazioni di tipo cognitivo sulle capacità intellettive di base-, la presenza di altri fattori  che possano essere causa della difficoltà di apprendimento del bambino.

Una volta verificata l’assenza di ulteriori motivi che potrebbero indurre il bambino a presentare dei deficit o ritardi nell’apprendimento, i genitori potranno fissare una valutazione diagnostica per accertarsi della presenza di dislessia.


La cura

Come per ogni altro DSA, anche per la dislessia non è prevista una cura. Il disturbo permane per tutto il corso della vita ma il bambino o il ragazzo con dislessia può compensare le proprie difficoltà e potenziare le proprie abilità attraverso trattamenti riabilitativi.

Il disturbo di apprendimento del numero e del calcolo: la Discalculia

Discalculia

Quali sono le cause della Discalculia? Esiste una cura? Develop Players presenta le principali caratteristiche di questo disturbo

La discalculia è tra i DSA meno riconosciuti e studiati dalla comunità scientifica. Questa colpisce circa lo 0,2% dei bambini in età scolare, registrando un’incidenza inferiore rispetto agli altri disturbi specifici di apprendimento.

Il deficit è anche noto come “disturbo dell’aritmetica”, questo perché, chi ne è affetto, presenta delle difficoltà in quelle che vengono definite “competenze matematiche”. Con queste intendiamo:

  • Le competenze numeriche, ovvero le competenze necessarie per il riconoscimento e la comparazione di quantità semplici (“subitizing”: riconoscimento immediato, “a primo sguardo” della quantità), la seriazione e le strategie di calcolo a mente.
  • Le competenze di calcolo, ovvero la capacità di leggere e scrivere i numeri (lessico numerico), di incolonnarli, di ricordare tabelline o risultati di operazioni semplici (recupero dei fatti numerici come, ad esempio: 5+5=10) e la capacità di saper svolgere le operazioni matematiche (procedure di esecuzione alla base del calcolo).


Le cause

Come nel caso degli altri DSA, le cause del disturbo non sono ancora chiare. Tuttavia, la comunità scientifica riconosce la primaria origine neurobiologica del disturbo. Si ritiene che questo sia dovuto a una serie di fattori che ne determinano l’insorgenza:

  • Ereditarietà: la presenza di un familiare con la stessa difficoltà;
  • Sviluppo cerebrale: sviluppo alterato di aree cerebrali legate all’apprendimento e alla memoria;
  • Fattori ambientali: nel caso in cui la madre abbia assunto alcol o droghe durante la gravidanza.

Risulta importante ricordare che il calcolo rappresenta un concetto culturalmente determinato che necessita di un apprendimento graduale. Ciò richiede un sano funzionamento di determinati sistemi cognitivi, come quello visuo-spaziale e visuo-percettivo, verbale, mnemonico (principalmente l’abilità di memoria a breve termine) e i sistemi esecutivi. Pertanto, la compromissione di tali sistemi accresce la probabilità che soggetto sviluppi difficoltà relative al numero o al calcolo.


La diagnosi

Per accertare la presenza di discalculia, la normativa vigente in materia di DSA richiede di attendere almeno la fine della terza classe della scuola primaria. È bene ricordare, infatti, che i tempi di sviluppo dei sistemi cerebrali e cognitivi sottostanti le competenze numeriche e del calcolo sono caratterizzate da elevata variabilità tra soggetto a soggetto, per tale motivo la diagnosi può essere effettuata solo nel momento in cui si ha la certezza che taluni sistemi cognitivi siano giunti a maturazione.

Nel formulare la diagnosi ci si deve inoltre accertare che il bambino abbia capacità intellettive nella norma e che non presenti deficit di tipo neurologico, intellettivo o che non abbia psicopatologie emozionali primarie.  

La valutazione diagnostica viene effettuata da specialisti come lo Psicologo o il Neuropsichiatra Infantile.


Il trattamento

In presenza di Discalculia evolutiva, è necessaria la pianificazione di interventi specifici ed individualizzati che permettano il potenziamento delle abilità cognitive alla base dell’area matematica. Tali interventi, a seconda del profilo di funzionamento del bambino, possono concentrarsi maggiormente sulle competenze numeriche o sull’area delle procedure di calcolo. Le proposte di intervento possono modificarsi in funzione delle difficoltà prevalenti e dell’età del soggetto e possono includere l’inserimento di strumenti compensativi specifici (mappe procedurali, calcolatrice, ecc.).